Un potente strumento a nostra disposizione per “costruire” le nostre fotografie è il diaframma: un meccanismo in grado di regolare la dimensione del fascio luminoso che colpisce il sensore (o la pellicola).
Solitamente è incorporato nel barilotto dell’obiettivo, montato in modo che il suo asse coincida con quello dell’obiettivo stesso, ed è costituito da una serie di lamelle mobili che possono aumentare o diminuire il diametro del foto attraverso cui passa la luce. Maggiore è il numero delle lamelle e più la forma del foro è circolare ad ogni apertura (non mi addentro nel rapporto tra questo e la resa dello sfocato, dell’insorgere di aberrazioni e altro).
Come molti altri componenti delle nostre macchine fotografiche sempre più spesso il diaframma non viene più regolato per mezzo di una ghiera meccanica ma azionato elettronicamente, indipendentemente dal fatto che la regolazione sia automatica o manuale: quello che a noi interessa per ora è che variando il valore di apertura del diaframma variamo la dimensione del foro lasciato dalle lamelle e di conseguenza la quantità di luce che raggiunge l’elemento fotosensibile.
Per chi ancora non avesse chiara la sua funzione posso dire che se paragoniamo l’obiettivo ad un occhio il diaframma è l’iride e l’apertura è la pupilla.
L’apertura massima di un obiettivo determina la sua luminosità: va dà se che più l’obbiettivo è luminoso maggiore è la luce che lo attraversa e minori sono i tempi con cui possiamo lavorare, per questo un obiettivo molto luminoso viene anche definito “veloce”.
I costruttori fanno in modo che i diaframmi non si aprano linearmente ma per passi (detti stop), seguendo uno standard introdotto a inizio secolo, in modo che ad ogni passo la luce che attraversa l’obiettivo sia esattamente la metà del passo precedente.
Addentriamoci ora in aspetti un poco più tecnici, ma per questo ho bisogno di dare altre due veloci definizioni:
L’apertura effettiva di un obiettivo è il diametro del fascio di luce che entra nell’obiettivo stesso.
La lunghezza focale è la distanza tra il centro ottico dell’obiettivo e il piano pellicola (o il sensore in caso di fotocamera digitale) alla quale viene messa a fuoco l’immagine di un punto posto all’infinito.
Possiamo ora definire l’apertura relativa (o numero f) come il rapporto tra la lunghezza focale e l’apertura effettiva, che ci fornisce una misura di quanta luce andrà “persa” nell’attraversare l’obiettivo con il diaframma completamente aperto.